Hamlet

No! Io non sono il principe Amleto, né ero destinato ad esserlo.
Io sono un cortigiano, sono uno utile forse ad ingrossare un corteo,
a dar l’avvio ad una scena o due, prudente, cauto, meticoloso,
pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso.
Talvolta, in verità, quasi ridicolo.
E quasi, a volte, il buffone.
T. S. Eliot

 

 

di William Shakespeare
un progetto di Andrea Baracco | Biancofango | Luca Brinchi e Roberta Zanardo (Santasangre)

regia Andrea Baracco
drammaturgia Francesca Macrì
impianto scenico, disegno luci, costumi Luca Brinchi e Roberta Zanardo
progetto video Luca Brinchi, Roberta Zanardo, Daniele Spanò
Collaborazione al disegno luci Javier Delle Monache
Collaborazione ai costumi Marta Genovese
direzione artistica Javier Delle Monache
direzione di produzione Alessia Esposito
con Lino Musella, Eva Cambiale, Paolo Mazzarelli, Michele Sinisi, Andrea Trapani, Woody Neri, Livia Castiglioni
e con Gabriele Lavia (in audio e video)
produzione Teatro di Roma, Festival Romaeuropa, 369gradi
in coproduzione con Festival Internacional de Teatro Clásico de Almagro
in collaborazione con Tfddal – Teatro Franco Parenti, La Corte Ospitale, ATCL Associazione Teatrale tra i Comuni del Lazio, Kollatino Underground
con il sostegno di Carrozzerie|n.o.t, Claudio Angelini (Città di Ebla), Link Academy

prima assoluta: 4 e 5 luglio 2014 nell’ambito del Festival Internacional de Teatro Clásico de Almagro, Spagna
prima nazionale: 26, 27 e 28 settembre 2014 Teatro Argentina di Roma nell’ambito del Romaeuropa Festival
anno di produzione 2014

Il nostro Amleto non è un fine intellettuale che dubita, che riflette su di sé, sugli altri, sul senso primo e ultimo dell’esistenza, che sa tutto perché su tutto pare aver già riflettuto, ma è un corpo malconcio, che non ha un aspetto gradevole, non baciato dalla grazia. Il nostro Amleto si porta addosso i segni di una deriva, la propria e quella di un’intera collettività. Si muove inciampando sui propri passi, in perenne disequilibrio. Il nostro Amleto ha commesso e continua ostinatamente a commettere dei passi falsi sia nel corpo che nel pensiero. Il nostro Amleto è l’uomo di oggi, fragile e compromesso, che si trova costantemente a ruzzolare a terra inciampando nelle trappole che qualcuno, prima che lui passasse, ha con cura depositato a terra.
Amleto è molto più di Amleto suggerisce Rolando Barthes in uno dei suoi saggi sul teatro ed è proprio questa sproporzione che ci interessa sopra ogni cosa, questa manifesta impossibilità di costringere dentro argini di pensiero un testo che è molto più di un testo, che deborda continuamente, per incontinenza, al di là del teatro ma che all’interno del teatro pretende di essere collocato.
Proprio nel tentativo di restituire la complessità dell’opera stiamo provando a sottrarre, in primo luogo noi stessi, dalla dittatura di Amleto. Una dittatura che dura da circa seicento anni. Stiamo provando a sottrarci da tutto il rumore e le croste che i secoli e le infinite rappresentazioni hanno inevitabilmente depositato sul testo, facendolo diventare spesso altro da sè. In definitiva la nostra più grande ambizione è quella di far rientrare Amleto in se stesso.
Facendo nostra la lezione di Brecht sulla rilettura della testualità classica cerchiamo di trovare quella che si può definire la giusta distanza e/o misura nei confronti dell’opera, al fine di non incorrere nell’errore di ritrovarsi involontariamente a riprodurre le croste sedimentate nel tempo. Proprio per cercare di non minimizzare il testo, ma di restituirne questa immane complessità, attingeremo a quell’immenso serbatoio di immagini e luoghi che ne sono la peculiare natura ed entreremo in dialogo con quella parola shakespeariana che, più che mai in Amleto, straborda e invade. Una parola ambiziosa, talvolta presuntuosa, che trasfigura e costruisce, che sembra bastare a se stessa e un attimo dopo apre voragini di vuoto.
L’incontro tra immagine, azione e parola costruirà l’equilibrio instabile dentro cui l’intero mondo di Amleto si muove e darà peso, forma e profondità a quel passo falso del corpo e del pensiero che, con ostinazione, in questo testo si continua a commettere.