Romeo e Giulietta ovvero la perdita dei padri

PROVE DI DRAMMATURGIA DELLO SPORT CON GLI ADOLESCENTI

‘Dio non risponde, il Padre tace, il cielo sopra le nostre teste è vuoto’. Sartre

 

da W.  Shakespeare
drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani
drammaturgia musicale Luca Tilli
regia Francesca Macrì
anno di produzione 2014 / 2021

 

 

 

 

 

 

Soffrono tutti i ragazzi che Shakespeare delinea in quello che sempre più, ad ogni rilettura, appare come un affresco tra Padri e Figli. Soffre Romeo nel suo innamorarsi di tutto. Soffre Giulietta nel sentirsi troppo presto ingannata dal mondo degli adulti. Soffre Rosalina, questo splendido ritratto muto che ai margini del testo cerca silenziosamente di farsi spazio e di darsi dignità. Soffre Benvolio perennemente alle spalle di qualcuno. Soffre Mercuzio, non ci crede che deve morire, lui proprio lui. Soffre Tebaldo in quest’ira furibonda e senza fine da cui non può che uscirne sconfitto. E insieme a loro, tutti gli altri, una moltitudine, eppure ognuno di una singolarità e di un’umanità commoventi. Non sanno cosa sia l’amore eppure ne parlano continuamente. Non sanno cosa sia l’odio eppure cercano ossessivamente di darne una forma. Vagano per la porca città, inciampano nelle parole, cercano di lottare contro un mondo che non ha spazio per loro. Urlano, strepitano, non sanno dove andare e vagano, vagano, vagano. Sono stati scritti quattrocento anni fa, ma non ci sembrano lontani dai ragazzi di oggi. Per questo in questi quadri da Romeo e Giulietta abbiamo chiamato a interpretare i ragazzi del testo shakespeariano proprio gli adolescenti e accanto a loro due attori nei ruoli dei Padri, un principe che parla da oltre il cielo del teatro e un violoncello che attraversa la scena per raccontare con la sua musica la poesia di questo scontro tra vecchio e nuovo.
Insieme a tutti loro, in questa lotta eterna tra Montecchi e Capuleti, ma anche fra Padri e Figli, giovani e vecchi, realtà e immaginario: il calcio. Non quello spettacolarizzato dai mass media, ma quello delle partite nei piazzali sotto casa, nelle strade, negli angoli dei quartieri, con palloni sgonfi o lattine vuote, con i giubbotti a far da pali e i genitori che ancora irrompono per dire che bisogna andare via, che la cena è pronta, che la partita la si può finire anche il giorno dopo. Il giorno dopo? E come spiegare al mondo che a volte le partite non finiscono mai?
Così Romeo e Giulietta smette di essere una storia d’amore e diventa quello che più profondamente è: una storia, come direbbe Pasolini, di giovani infelici, una storia di non ascolto, di fallimento trans-generazionale, di errori troppo tardi riconosciuti e di un tempo, un tempo, troppo severo nel suo scorrere inesorabile.