(Italiano) Fragile show

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(Italiano) Con FRAGILE SHOW si conclude la nostra personale ricerca drammaturgica e scenica sul tema dell’inettitudine.
Una trilogia che si è delineata sempre più non come un percorso alla ricerca di domande e di conclusioni, ma come il tentativo di scovare, imparare e sostenere il ritmo di un respiro, il respiro di chi si sente sempre al di qua, di chi non riesce a trovare la propria strada eppure la desidera disperatamente.
FRAGILE SHOW nasce da quest’esigenza e dalla lettura appassionata, costante e carnivora di Thomas Bernhard. Un’operazione che per noi ha significato la rielaborazione di una commozione e la creazione di un percorso, drammaturgico e scenico, che se da un lato sente, intimamente, il debito e la gratitudine a Bernhard, dall’altro ha avvertito, sin da subito, l’urgenza di allontanarsene e di camminare con le proprie gambe.
Non più Austria, non più Vienna, dunque. L’aria gelida, quasi congelata, delle pagine di Bernhard ci ha ricondotto ancora una volta a Firenze. Firenze bella di una bellezza rara, ma refrattaria al gioco e schiava della competizione per natura. Firenze che ama farsi guardare, ma mai che ri-guardi, se potesse colpirebbe alle spalle tutti quelli che vorrebbero possederla. Firenze che troppe volte ha lasciato a bocca aperta, con una bestemmia in gola, ad annusare eleganza e poesia. A Firenze, non esiste una sola parola che sia detta a caso: tutto ha un significato. Là dove gli sguardi sono schiaffi, le parole non sono da meno. Ci si fa a botte. 
Nell’oro glaciale di questa città d’altri tempi è cresciuto il nostro Mastino, nuovo Werthaimer, suonatore di pianoforte.
FRAGILE SHOW  inizia proprio dove le pagine di Thomas Bernhard terminano. In preda ad una febbrile eccitazione, Mastino-Werthaimer decide di organizzare una festa con i suoi vecchi compagni di conservatorio, quella che più banalmente e più comunemente si definirebbe: una festa d’artisti. Seduto su una panchina, ai bordi della festa come ai bordi della vita, Mastino osserva, ragiona, si dilania. Sente gli odori di tutto quello che lo circonda. I rumori, le voci amplificate si mescolano, forse mostruosamente, alle risate, alle grida eccitate, al chiacchiericcio inutile. I volti dei suoi ex-compagni, nel corso di una lunga, lunghissima notte, assumono forme curiosamente grottesche, straniati e stranianti guardano di tanto in tanto ‘l’uomo della panchina’ come una singolarità, un’anomalia.

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L’allergica e lancinante partitura verbale di Francesca Macrì e Andrea Trapani, epilogo di una trilogia sull’inettitudine, dà a Trapani una materia che scuote e commuove, sublimando pure l’innesto della musica ‘irrimediabile’ d’un introverso come Luigi Tenco. Pezzo emozionante, scomodo.
Rodolfo di Giammarco, La repubblica


Questo cabaret della fragilità umana dove anche la crudeltà verso gli altri è solo una figura dell’odio per se stessi e dove ogni voce, fra quelle che Trapani imita in una sua personale variazione Goldberg della volgarità sentimentale, ricade penosamente nella solitudine di chi la intona, fantasma musicale che rimbomba in una stanza vuota.
Attilio Scarpellini, la differenza


Dalle pagine finali de ‘Il soccombente’, liberamente riviste, il personaggio berhardiano si muove lungo direzioni tangenziali che Trapani incarna con decisa propensione alla fisicità, alla maschera e anche con intelligente riuso di ammiccamenti istrionici. (…) Si agita in un vestito bianco stratificato, eccessivo, tra una panchina e uno spazio mentale che si allunga ogni volta che una luce sagomata si getta verso il pubblico. Una bella prova d’attore, convinta e convincente.
Fernardo Marchiori, ateatro


Un monologo affidato alla verve interpretativa di uno scatenato Andrea Trapani vestito a più strati per terminare con un frac bianco un po’ alla Elvis. Inizia sparato, nevrotico, ossessivo, ironico, misantropo, scontroso, cinico: come giusto sia, come sono tutti o quasi i personaggi di Bernhard.
Andrea Porcheddu, delteatro


Bisogna esser bravi a fare teatro con una linea bianca e una panchina. Molto bravi. Il vuoto può far crescere la vertigine in un attimo. Eppure tutta la drammaturgia dei Biancofango da Roma si regge su questi semplicissimi accenni scenici, semantici più di mille parole, sempre simbolici. E ne viene così imbastita una trilogia piacevole quanto gravida di risvolti, fra comicità goliardica e un senso tragico che odora di disfatta, di buco nero esistenziale. Francesca Macrì e Andrea Trapani dimostrano gusto ed estetica limpidi, come un filo rosso lungo i tre spettacoli, senza cadere nella retorica di se stessi. Protagonista unico il Mastino, uomo ai margini di una società che non comprende e che osserva in vetrina: con ingordigia (…) e repulsione. (…) Fragile show, più acido dei precedenti, è un urlo represso dal sorriso sardonico, anche qui in corsa verso un ineluttabile punto di rottura, temuto quanto atteso.
Diego Vincenti, Hystrio


(…) Invece Fragile show di Biancofango me lo vedo per la terza volta e ho fatto bene. Penso bisognerebbe sempre rivedere spettacoli già visti, non fossero così tanti e fosse, davvero, il nostro mestiere. Dissi già un anno fa che mi colpì per un’energia straordinaria dell’attore Andrea Trapani che mi pare tra i migliori in circolazione e della regista Francesca Macrì. (…) Dissi che questi ragazzi hanno un rigore e una voglia di realizzare che gli permette di tenere alto il rischio e la ricerca di una misura riconoscendone debiti, come sulla scheda, mai vantando crediti al talento che gli riconosco.
Simone Nebbia, Teatroecritica


Il soccombente (…) soffre d’ansia da prestazione, di non essere mai stato all’altezza delle aspettative, delle richieste, delle responsabilità (…). La sua confessione ‘non sono un genio, non sono un numero uno, la sindrome da medaglia di bronzo, da uomo del quasi, del forse, dell’uomo giusto, ma al momento sbagliato, ce lo rendono delicatamente commovente pur nella sua violenza e autolesionismo, compresso nella sua rabbia, nell’incomprensione che ha creato attorno alla sua persona certificata con una ‘Lontano lontano’ di Tenco che qui sta bene più che da qualsiasi altra parte.
Tommaso Chimenti, corrierenazionale


Nei dintorni dell’inettitudine. Qui tra insicurezze e paure, tra complessi di inferiorità e crisi d’identità, nasce la ricerca teatrale di Andrea Trapani e Francesca Macrì, attore e regista della compagnia Biancofango. (…) Andrea Trapani riempie da solo la scena con una presenza a tratti imponente, con un dinamismo che si esprime felicemente sia con la parola che con il gesto. (…) Il personaggio che incarna è un clown, un concertista da operetta, un artista ridicolo. (…) Il tutto si condensa in modo perfetto quando Mastino esegue il suo catastrofico concerto finale.
Lino Zonin, il giornale di Vicenza


(…) Sembra Thomas Bernhard, quello che odia l’artista, quello di Ritter/Dene/Voss o de L’apparenza inganna. E’ invece l’abile penna dei due giovani artisti che l’Out Off con coraggio porta in scena. (…) Al grande drammaturgo devono molto e lo ringraziano per l’ispirazione. (…) Un’interpretazione di leonina vigorosità e una regia che fa passare un’ora che sembrano minuti in un tempo, il nostro, fatto di frequenti pretenziosità in scena che non di rado fanno sembrare pochi minuti come interminabili ore.
Renzo Franca Bandera, Aprileonline


Paonazzo di rabbia, esasperato e nevrotico, Trapani conquista la scena con urgenza di sguardi e movenze. (…) Biancofango rielabora quest’opera con originalità e coraggio concentrando tutto su un solo personaggio confinato ai margini di quella società malata, e questa variazione sul tema dell’inettitudine, assume la forma di una partitura fisica prima ancora che testuale. Personaggi ed evoluzione del racconto trovano spazio in un corpo che strappa tendini, digrigna denti, sputa sillabe come pipistrelli che fuggono da un pozzo scoperchiato, esplode in contaminazioni di sudore e guance gonfie sotto la pressione insopportabile degli abiti indossati uno sull’altro.
Sergio lo Gatto, Klpteatro


(…) E’ un discorso che ruota sul limite e sull’irragionevole andare oltre il limite per quello che non può chiamarsi amore, ma solo masochismo. Alla fine se le cose non quadrano mica sarà solo perchè ti capitano, ma anche perchè te le vai a cercare. Nel suo allontanare la ragazza con isteria Mastino danza un tip tap che ricorda il ‘Singing in the rain’ di Alex in Arancia Meccanica (…) Un pianista che ricorda molto Luca Flores questo Mastino, così malinconico e consumato dalla vita da non avere più scelta salvo quella di togliersela.
Erica Bernardi, Paneacqua


Chi tace non acconsente. Chi tace forse non ha niente da dire. Chi tace forse sta pensando. Questo è il leit motiv che governa lo spettacolo nel quale sembra esser racchiuso tutto il malessere. (…) Una tematica dunque che ci riguarda da vicino e che rende questo lavoro degno del vero teatro, quello che svolge una funzione sociale e nello stesso tempo porta a scavarsi dentro anche quando le luci sono spente.
Laura Khasiev, close-up


E’ ben calibrato Trapani, sardonico e solenne, con il guizzo della follia, nel far vibrare un monologo a tratti impervio, carico di deviazioni polifoniche, fin quasi schizofreniche, di ironia sprezzante e urla spezzate.
Carlo Titomanlio, Pisanotizie


La compagnia Biancofango non traspone sulla scena Il Soccombente, ce ne mostra semmai l’ombra, cesellando a sbalzo la verità, lasciandoci immaginare ciò che manca, evocando in quel buio concitato di parole tutto il silenzio interiore e fatale del suo protagonista. Ed ecco allora che dal ritratto in controluce di questo vulcanico inetto, ci appare il quadro di una perenne generazione di fragili, schiacciati più dalla propria insicurezza che dall’aura ominosa di geniali Gould: una fragilità ridicola e toccante, dunque, che nella perdita dei valori contemporanea assume un’eco sorda ancora più eloquente, portandoci a ritrovare nell’eruzione verbale di questo moderno uomo del sottosuolo il padrino spirituale di frotte di adolescenti di cui la società negli ultimi trent’anni sembra essersi completamente dimenticata, lasciandoli a devastare il mondo e a consumarsi in un rumore che è tanto più violento quanto più lacerante è il vuoto esistenziale che li divora.
Giulio Sonno, Paper street


Attraverso l’interpretazione di tutti i personaggi che rimbombano nella testa di Mastino, l’energico Andrea Trapaani ricostruisce le cause, mostrandone simultaneamente gli effetti, di questa isteria di un corpo preso da mania che non riesce a fermarsi neanche per un secondo; un corpo attoriale che anima la scena e crea immagini per le parole in un circolo virtuoso con la drammaturgia scritta con Francesca Macrì. Uno spettacolo rigoroso nello scandagliare i sentimenti di un singolo uomo, riuscendo a restituire un discorso scenico che, prendendone le distanze, diviene universale. Nel vedere portate all’estremo le insicurezze e angosce umane, soprattutto quelle di chi ogni giorno sconta la pena di doversi confrontare con la propria incapacità o meno di produrre arte, non si può fare a meno di riflettere tanto su cosa sia il processo di creazione artistica e cosa esso comporti, quanto sulla percezione che l’artista ha di se stesso e del giudizio altrui. Questioni da tenere sempre bene a mente.
Ludovica Marinucci, Nucleo Art-zine


L’operazione che conducono i due fondatori di Biancofango, Francesca Macrì e Andrea Trapani – di cui si visto di recente il bellissimo Romeo e Giulietta all’India sempre qui a Roma operazione condotta con un gruppo di adolescenti – è un’ operazione chirurgica di scarnificazione su corpi fisici, e nel caso specifico sulla carne viva e palpitante di Andrea Trapani. (…) Un teatro da leggere ma soprattutto da vedere inciso sulla carne viva dell’interprete. La parola, il racconto non può prescindere dal corpo dell’attore, che in questo caso assume su di sè tutti i personaggi della storia e non solo soffre, suda, strepita con loro, utilizza tutti gli strumenti in suo possesso e il culmine viene raggiunto quando sollecitato da tutti il protagonista esegue ad un piano scordato il suo Bach, ricordando il Maestro Gould, ma è una partitura sorda eseguita solo con una punteggiatura di piedi battuti a tempo, o come quando sempre Andrea Trapani con la mano destra poggiata sulla gamba come un metronomo batte un suo tempo musicale quasi fosse un Codice Braille, sono queste piccole cose che attraversano la serata con del talento prodigioso.
Mario Di Calo, Female word


In un monologo d’intenso e controllato nervosismo interpretativo, Trapani dà vita a una celebrazione di assenze ripiena di deliranti ricordi, di parole, odori, musiche (da Bach a Tenco) di malinconico affetto: abitanti di un passato svanito nella sua mente follemente lucida. Solo noi, ospiti nel suo intollerante e frustrato sguardo velato di disprezzo, possiamo assistere alla sua distorta e “cannibalesca” percezione dell’umanità che trasforma ogni essere umano in invisibile rappresentante di grottesca ipocrisia, di degradato patetismo d’animo, di putrido e fastidioso mormorio. (…) Parole, grida e impeti fisici di nevrotica e convulsa depressione manifestata in respiri trattenuti, in mutismi opprimenti, in suoni soffocati da dentro, tra lingua e gola: inudibili silenzi castratori di un autolesionista rancore, represso e mai sfogato. Eterne ombre che scatenano il corpo in danze di violento e febbricitante istinto suicida.
Nicole Jallin, Quarta parete